MEETING DI RIMINI: “DEMOGRAFIA E NATALITÀ”

Intervento di Giuseppe Zola, vice presidente di NONNI2.0

 

“Sembra improprio che un’associazione di nonni intervenga sul tema della denatalità, che di solito viene naturalmente associato a persone ed a famiglie giovani ed in età fertile. Cosa c’entrano con questo tema persone tendenzialmente oltre i 65 anni e con una vita che inevitabilmente volge verso il suo compimento? Sottolineo: verso il compimento, non verso la fine.

Penso, invece, che ci siano almeno due buoni motivi per un coinvolgimento dei nonni su questo problema.

Il primo motivo, per così dire, è di ordine “ontologico”. Mi spiego perché uso una parola così importante. Ritengo che uno dei motivi per i quali oggi si fanno pochi figli, almeno nel nostro esausto occidente, è che stiamo perdendo la coscienza di essere parte di una storia, che lega indissolubilmente tra di loro le diverse generazioni. Stiamo perdendo la coscienza di questo legame e, con essa, il desiderio di vedere continuare questa storia, di contribuire a perpetuare nel tempo quella discendenza che, nella tradizione ebraica e poi cristiana, è sempre stata giudicata come una grande benedizione. Così preghiamo con il salmo 128: “Tua moglie sarà come vite rigogliosa nell’intimo della tua casa, i tuoi figli come rampolli d’ulivo intorno alla tua mensa. Ti benedica il Signore dal Sion, sì che tu veda Gerusalemme in fiore per tutta la vita, veda i figli dei figli tuoi”. Ma anche la tradizione classica vedeva come un bene la procreazione. In una bella lezione in proposito, la prof.sa Giulia Regogliosi citava una significativa espressione di Euripide: “ Chi non ha fatto l’esperienza di avere figli certo ha meno dolori ma nella sua prosperità è infelice”. D’altra parte, come ha recentemente sottolineato un articolo di Lucetta Scaraffia, non si può non ricordare come l’attuale situazione sia stata determinata anche da una precisa corrente culturale che, nell’ultimo mezzo secolo, ha dipinto, come via maestra per la felicità “quella dell’unico figlio desiderato e della libertà di non avere figli”. Dopo avere sottolineato come “adesso è molto più difficile invertire il trend demografico dopo che si sono trasformate da cima a fondo le condizioni della biologia e della riproduzione culturale della nostra società”, la prof.sa Scaraffia aggiunge che sarebbe ora che questa stessa cultura, se non vuole essere ipocrita, “chieda scusa per l’abbaglio preso in passato”. Ma queste scuse non sono ancora arrivate e penso che non arriveranno.

Non a caso, quando abbiamo costituito l’associazione “NONNI2.0”, abbiamo fatto riferimento, nel manifesto fondativo, alla nostra funzione specifica che è quella di essere, anche nel mondo attuale, “custodi della memoria” e, quindi, capaci di essere “attivi testimoni delle virtù e delle esperienze che, alla prova del tempo e della vita, si sono dimostrate utili e valide per affrontare le sfide personali e sociali del tempo presente”. E, tra queste sfide, vi è quella fondamentale che riguarda proprio la procreazione.

Sul nostro sito, si può trovare il testo di un importante intervento sul tema dei passaggi tra le generazioni e i nuovi inizi, avvenuto all’interno di un convegno organizzato, nel 2019, dalla nostra associazione. In tale occasione, la prof.sa Eugenia Scabini, dell’Università Cattolica di Milano, a proposito della “catena generazionale familiare”, diceva che “la generazione come rapporto tra generante-generato è talmente strutturale al nostro essere che la troviamo al centro della nostra identità: infatti i generanti sono sempre generati, i genitori sono sempre figli, chi ha dato vita alla nuova generazione è figlio della precedente”. E, pertanto, “fare i conti con la tradizione non è un optional, vuole dire fare i conti con la propria storia famigliare e di popolo e con l’humus simbolico che l’ha nutrita”. Poi, la prof.sa Scabini annotava che “noi non interroghiamo la tradizione perché, in un clima di esasperato individualismo, ci sentiamo scollegati dalla generazione precedente e la generazione precedente da parte sua si ferma ai cambiamenti che sono avvenuti nel nostro modo di vivere senza avere il coraggio di andare al cuore della costruzione della loro identità”. Insomma, quando si indebolisce il legame vitale tra le generazioni, si indebolisce la coscienza di appartenere ad un popolo ed a una storia, il che produce il disamore verso l’avventura più affascinante che il Signore ci ha affidato, che è quella di partecipare del suo genio creativo. Ancora la prof.sa Scabini, sempre in quella occasione, invitava a “pensare per generazioni”, indicandolo come il primo compito culturale ed educativo degli adulti e, io dico, il compito fondamentale dei nonni. Occorre, quindi, “incentivare alleanze tra adulti”, perché “se è difficile trovare il maestro, quello carismatico che la vita concede poche volte di incontrare, è possibile cercare e creare una fratellanza generativa tra adulti che condividono la stessa condizione e responsabilità verso la generazione successiva. Tale responsabilità è un compito che compete all’adulto in quanto tale in primis a chi ha un ruolo educativo”. Come ha ribadito la nostra socia e dirigente prof.sa Giovanna Rossi in un convegno internazionale sulle famiglie tenutosi nel marzo del 2019 e poi nell’ambito della FAFCE, una federazione europea di associazioni che si occupano di famiglia, a cui noi aderiamo da alcuni anni: “i nonni2.0 non si sottraggono a questa generatività sociale che consiste nel creare un ambiente umano (cioè che si prende cura dei legami) che sia capace di conservare e rinnovare il patrimonio simbolico della cultura di origine e porgerlo alla generazione successiva”. Quindi, il problema è quello di interrogare il passato ma anche interrogare il nuovo che si affaccia costruendo insieme nuovi patrimoni. Un compito essenziale, che insieme ad altri fattori, può aiutare a far tornare il desiderio di vedere compiersi il miracolo della fecondità nelle giovani coppie. In questa prospettiva, è fondamentale la funzione dei nonni, perché, anche solo con la loro presenza fisica, essi sono la testimonianza viva che apparteniamo ad una storia che viene da generazioni passate e, quindi, apparteniamo ad un popolo che abbiamo la responsabilità di far continuare nella storia. Siamo confortati, in questa direzione, dall’insegnamento costante di Papa Francesco, che in numerosissime occasioni ha sottolineato quanto sia importante la funzione educativa dei nonni sotto ogni profilo. Anche in questi giorni, in Portogallo, il Papa, in varie occasioni, ha ribadito che occorre dare vita ad una “alleanza intergenerazionale”: penso che proprio tutti, singoli, associazioni, cultura e politica dovremmo impegnarci per realizzare questo obiettivo. I nonni sono portatori di una visione “amorosa” della vita, che può dare speranza ai propri figli nel non avere paura nel dare piena attuazione al compito generativo. Per tutto questo la presenza dei nonni aiuta la coscienza dei figli a non vivere il compito generativo come se fosse un nemico e a smontare “l’inaudito coraggio di non avere figli”, per dirla alla Chesterton. Ricordando il tema di questo Meeting, si può dire che i nonni sono naturalmente “amici” del proprio ambito famigliare e, quindi, della più ampia società: è imprescindibile, allora, fare riferimento ad essi.

Ma vi è un secondo motivo, più pratico, per il quale i nonni devono essere chiamati a dare il proprio contributo alla tematica di cui stiamo parlando. Il motivo è sotto gli occhi di tutti. I nonni, senza che alcuna legge lo preveda, senza che lo Stato onnipotente glielo chieda, aiutano in misura enorme i figli a mettere al mondo bambini e bambine mediante i vari servizi che gratuitamente e quotidianamente mettono in atto per aiutare le famiglie che vengono dopo di loro. Una recente ricerca del Census Bureau americano ha dimostrato, ad esempio, che negli USA più di 6 milioni di minorenni vivono a casa dei nonni, a conferma che essi sono essenziali per ridare forza alle realtà familiari. Spesso, poi, gli aiuti sono anche di carattere economico. Quanti figli e figlie sono nati perché i genitori sapevano che poi sarebbero stati aiutati dai propri genitori, cioè dai nonni delle nuove creature! Questo è un dato di fatto imponente (il 70% dei nonni è autosufficiente), spesso taciuto, ma di cui la cultura e la politica devono prendere atto definitivamente. Cioè, si deve prendere atto che, in questa società, i nonni costituiscono una componente spessissimo essenziale di ogni famiglia e quindi tale componente deve essere maggiormente valorizzata e aiutata. Perché, ad esempio, non defiscalizzare gli aiuti economici che i nonni danno alle famiglie dei propri figli e dei propri nipoti? Perché non permettere ai nonni di partecipare, su delega dei genitori, alle assemblee degli organi collegiali della scuola, a cui spesso i genitori non possono partecipare per motivi di lavoro? Perché non coinvolgere maggiormente i nonni nelle procedure dolorose che riguardano famiglie in crisi? Perché non valorizzare di più i nonni autosufficienti che possono sostenere quelli non autosufficienti  (cosa che la legge delega sugli anziani, massicciamente statalista, ignora del tutto), sulla base del principio di sussidiarietà? Perché non rivisitare, sul versante pensionistico, l’”opzione donna”, in modo da permettere a molte “nonne” di svolgere la loro naturale ed essenziale funzione? Perché non dare celere attuazione a quanto proposto dalle rete associativa “Ditelo sui tetti” a proposito di un fisco che abbia al centro la famiglia come tale (magari comprendendo in essa la componente dei nonni?)

Insomma, noi siamo certi che la componente familiare dei nonni può avere una parte importante nel ridare  ai propri figli quella speranza che può sostenere la loro decisione di concepire figli, anche  perché i nonni sanno, per esperienza, che la vita spesso è dura, ma sanno anche che essa è sostanzialmente positiva e che ogni difficoltà può essere superata, soprattutto in un contesto di solidarietà tra generazioni. I nonni trasmettono speranza ai figli e nipoti e la speranza è elemento essenziale per decidere di impegnarsi nell’opera generativa. La cultura e la politica ne tengano conto.”

Giuseppe Zola