“SUI TETTI” DI VERONA: IMPARARE LE RAGIONI DELLA VITA

“Sui tetti” di Verona:

riaprire il dialogo sul Ddl Senato 2553

per “imparare le ragioni della vita” (don Renzo Beghini)

 

CON APPUNTAMENTO A ROMA IL 13 LUGLIO!

 

Milano, Bari, Piacenza, San Giovanni Rotondo, Siena, Agrigento, Avellino, Lecce, Catania … e così il network della Pubblica Agenda “Sui tetti”, questa volta capitanato dall’associazione “Vivere Salendo” e dal suo presidente, Diego Marchiori, ha riaperto il dialogo sul disegno di legge per il c.d. “suicidio assistito” effettivamente “ri-salendo” fino a Verona, venerdì 8 luglio 2022, alle h 18, presso l’Aula Magna della Fondazione Toniolo, nel plesso seminarile della diocesi scaligera.

 

In una sala “eroicamente” affollata a dispetto dei tanti gradi celsius misurabili, ha portato il saluto della prestigiosa Fondazione Toniolo, il Presidente, Mons. Renzo Beghini, che non ha usato troppe circonlocuzioni per andare al punto: “Il fine vita ci interroga. E dobbiamo avere il coraggio di lasciarci interrogare proprio ora che se ne parla in Parlamento. Soprattutto –aggiungeva, fissando il livello dell’inizio dei lavori- i cattolici non possono lasciarsi scappare questa occasione per imparare e dire a tutti le ragioni della vita e per la vita”.

 

Dopo il video-saluto di don Gianni Fusco, assistente spirituale dell’Agenda, che ricordava come “si stia sostituendo a una antropologia cristiana una antropologia fluida o una non-antropologia, come ci disse il Cardinale Parolin”, il tema della serata è stato “contestualizzato” da Domenico Menorello di “Ditelo sui tetti” e dell’“Osservatorio parlamentare «Vera lex?»”. “Quel che sta succedendo al Parlamento italiano con il Ddl 2553 va compreso nell’ambito di un vero e proprio forcing legislativo che, almeno dal 2014, anno dopo anno, vede la continua pretesa del potere politico di imporre con la forza della legge una specifica visione dell’umano”. “A dare corpo a questo nuovo diritto non è più una concezione che riconosce valore assoluto ad ogni circostanza della vita di ognuno, come nell’impianto costituzionale e secondo il modello umano di Francesco d’Assisi, ma si afferma invece una antropologia a dignità variabile. Il valore è parametrato, come per il personaggio mitologico di Prometeo, solo sulla capacità di autodeterminazione, divenuta criterio assoluto per considerare una vita «dignitosa»: perciò, quando questa possibilità diminuisce o viene meno, anche il valore della vita si attenua o scompare. Così – concludeva- se la vita che non performa, che non si impone, che non ha successo è «nulla», va scartata e la morte diviene la prospettiva etica che nella proposta all’esame del Senato il Servizio Sanitario Nazionale propone/impone ai disabili, ai malati cronici o a chi deve ricorrere a trattamenti sanitari per vivere”.

 

Dopo la puntuale ricostruzione dei principali passaggi del disegno di legge sulla c.d. “morte volontaria medicalmente assistita” svolta dall’Avv. Mattia Fusina della vivace associazione veronese “Vivere Salendo”, anche efficace coordinatore del dibattito, l’Avv. Renato Veneruso del Centro Studi Livatino ha approfondito i rapporti fra tale articolato e le sentenze nn. 242/19 e 50/22 della Corte costituzionale.

 

Questo testo -ha subito anticipato il rappresentante del CSL- va ben oltre i parametri della Corte costituzionale. Infatti, nell’ordinamento vi sono due principi da contemperare: il principio di indisponibilità della vita e il principio di autodeterminazione, ma la Corte costituzionale è rimasta ancorata alla supremazia del principio di indisponibilità della vita, affermato dalla sentenza n. 242/2019 e ribadito dal recentissimo arresto n. 50/2022”. “Consideriamo, peraltro, -osservava il giurista napoletano- che la Consulta ha dovuto prendere atto che una breccia a tale principio di indisponibilità era stata aperta dal legislatore con la legge sul c.d. testamento biologico, n. 217/2019, il che ha condotto la Consulta a individuare una «causa di non punibilità» del suicidio assistito, ricorrendo specifiche condizioni”. “Ma -faceva notare l’Avv. Veneruso- la stessa Corte, proprio in quanto si è riferita a una «causa di non punibilità», non ha fatto venir meno il reato di aiuto al suicidio e dunque il giudizio di disvalore del gesto, anzi ha riaffermato espressamente il diritto alla vita ed escluso l’esistenza di un diritto alla morte”.

Non è tutto. -proseguiva- La Consulta ha fissato paletti precisi e soprattutto ha indicato la presenza di un vero e proprio pre-requisito nella somministrazione di cure palliative. Quindi, la sola lettura del testo all’esame del Senato, che invece allarga le condizioni poste dalla Corte ed elude la necessità di una previa terapia del dolore, evidenzia una prospettiva normativa che supera il giudizio della Consulta e finisce per fare dei più deboli delle vittime di scelte altrui”. “Infatti, -concludeva- dietro una apparente sbandierata maggiore libertà si sta espropriando del diritto alla vita chi è più debole, perché su di esso andrà a cadere il giudizio etico del sistema, come appare plasticamente ed esemplificativamente all’art. 5 del testo, ove si prevede che, in caso di contrasto circa la decisione di praticare la morte assistita, sulla fine di una persona deciderà un giudice. Nella realtà, dunque, stiamo tornando alla «rupe tarpea», per cui chi non corrisponde ai canoni della mentalità dominante viene giudicato senza valore, con tutte le conseguenze discendenti da questa specifica concezione antropologica nichilista”.

 

Un affascinante spaccato, invece, di una concezione non funzionalistica della persona, l’ha offerta a seguire il Dott. Roberto Magarotto, responsabile dell’Unità Cure Palliative dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar. “Accetto la sfida posta da Mons. Beghini” -esordiva- Perché è vero: la realtà della sofferenza dei malati ci interpella. Dobbiamo dare delle risposte e le cure palliative, sia ospedalizzate, sia domiciliari, sia negli hospice sono parte di una risposta. Pensiamo che si tratti di cure poco importanti, anche per un equivoco semantico, in quanto l’aggettivo in italiano significa pure qualcosa di sostitutivo. Ma così non è”. Per farne apprezzare l’essenzialità, il medico non ha avuto remore nel partire dalle fondamenta della sua specializzazione. “Tertulliano dice che il pallio simboleggia la caritas e la toga la pietas. E la caritas è ben di più della pietà: è un impegno per aiutare il fratello. È proprio il pallio di San Francesco e di San Martino, che dà protezione e sicurezza in un momento di difficoltà”. Assonanze forse non casuali con la concomitante liturgia della incipiente domenica, ove si paragona il “Levita”, che “passa oltre” davanti al viandante “mezzo morto”, con il “Samaritano” che lo “vide, ne ebbe compassione” e invece “si prese cura di lui” (Lc 10,32-34).

Dopo aver ricordato le principali tappe della medicina palliativa, “divenuta legge nel marzo 2010, LEA nel 2017, specializzazione medica nel 2020”, il Dott. Magarotto ha indicato che, “per il decreto 106 del maggio 2021, si dovrebbe trattare di una rete di servizi anche per monitorare le buone pratiche”. “Infatti, l’hospice -spiegava- deve diventare soprattutto «casa»” oltre che ospedale, secondo l’intuizione di Dame Cicely Saunders, che assommava in sé stessa l’infermiera, la compagna, il medico. Tant’è che il suo libro si intitola «Vegliate con me»”, come chiese Gesù al Getsemani”. “Il metodo palliativo -sintetizza il medico del Negrar- indica un approccio attivo e globale a malati la cui malattia non risponde ai trattamenti diretti, dove la globalità indica la volontà di coinvolgere tutti gli aspetti di una persona”.

Commovente, poi, l’ultima parte dell’intervento del palliativista, concentrata direttamente sulla propria esperienza personale: “In tanti anni di carriera ho avuto solo due casi di suicidio. È rarissimo, cioè, che un paziente ci chieda di farlo morire e posso affermare che allo stato della medicina è difficile che il dolore non possa essere controllato, mentre nei casi più estremi, ad esempio di gravi difficoltà respiratorie o di fenomeni deliranti, si può ricorrere alla sedazione profonda, che non è eutanasia, essendo una pratica reversibile, che non allunga né accorcia la vita. In altri casi, incide molto il disagio psicologico, che può essere molto aiutato appoggiandosi sulle relazioni familiari, anche se a volte noi medici dobbiamo essere disponibili a diventare la famiglia dei pazienti quando vi è solitudine”.

Il palliativista sa, poi, di lavorare “sul fattore tempo, che può diventare una condanna come un dono”. “Le persone -raccontava il Dott. Magarotto- spesso vogliono sapere quanto resta loro da vivere, per decidere cosa fare di quel tempo che sovente diviene un periodo con una propria unicità, nel quale si può riflettere con modalità di specifica intensità sulla propria vita e ci si può preparare al distacco”. “Ricordo, ad esempio -narrava il relatore- di una vedova che mi ha confessato come «Il dolore e il tempo mancante alla fine ci abbiano condotti al nucleo fondativo del nostro matrimonio»”. “In altri casi -continuava la toccante testimonianza- vediamo pazienti che vivevano una vita molto difficile, in cui andare avanti era già faticoso e che attraversano con tanta gravità il periodo finale; soprattutto in queste situazioni noi medici dobbiamo stare vicini ad ogni malato e andare incontro al suo desiderio di «farcela»”. “Allora -concludeva il Dott. Magarotto, alzando lo sguardo di tutti i presenti– non posso che concordare con Ingmar Bergman, che nel suo film «Il posto delle fragole» (1957), domandava: «Quale è la prima cosa che deve fare un medico?”, rispondendo: «Chiedere perdono, per non aver avuto abbastanza attenzione per il malato»”.

 

Né il caldo, né le quasi due ore di seminario hanno impedito a Mons. Andrea Manto della Pontifica Università Lateranense, di attirare una rinnovata attenzione della platea. “C’è un piano scivoloso inclinato -esordiva- Perché così avviene quando si crea un vulnus nei sistemi valoriali”. “Il tema del fine vita -proseguiva- è cruciale anche perché ci mette di fronte a una serie di criticità come società, in quanto la questione antropologica è anche una questione sociale”. Poi, declinando il profilo indagato, Mons. Manto spiegava che “per la prima volta ci troviamo di fronte all’esplosione di una generazione di ultraottantenni, ma la spesa sociale è in costante decremento rispetto al PIL. Quindi, a fronte del fatto che si spenderà sempre meno per l’assistenza e che ci saranno sempre più persone in età avanzata bisognose di cure (di solito gli ultimi tre anni di vita costano quanto tutta la vita precedente), il calo dei servizi alla persona sarà devastante”. “Inoltre -proseguiva il teologo- vi sono sempre meno reti familiari e parentali vicine a chi ha bisogno”. Pertanto, con proposte di legge come quella di cui si discute “noi stiamo dicendo: «se hai i soldi per curarti, bene, altrimenti ti diamo una exity strategy»”. “Ma -incalzava- come si possono coniugare i tanti proclami che si sentono nel politically correct contro la lotta alle povertà con queste prospettive? Si pone, allora, un radicale problema su quale sia il modello di giustizia sociale cui pensiamo. Perché se la persona vale solo quando produce, stiamo creando un sistema perverso. Già oggi non facciamo nascere i down, perché se non sei sano non nasci. E se ti ammali dopo? Ecco il piano scivoloso, che ci porterà a dire che il più debole viene automaticamente scartato. Come sta accadendo nei paesi c.d. più avanzati. Dobbiamo avere coscienza, allora, che con l’avanzare di proposte quale quella in esame tutta la struttura della società è minata”.

Posto il problema sociale, don Andrea Manto cambiava passo: “L’altra parola su cui vorrei attirare l’attenzione è la parola «cura»”. “Senza cura non saremmo qui -incedeva- L’essere umano, cioè, esiste perché qualcuno si è preso cura di lui. A partire dalla nascita. Anzi, la cura viene ancora prima della nascita e continua dopo la morte, come quando portiamo un fiore al cimitero per la memoria di qualcuno e questa memoria costruisce la nostra identità. Bisogna curare sempre. Guai, perciò, se lo spirito della cura venisse meno nel corpo sociale”. La dimostrazione è presto data: “Quando io faccio, ad esempio, l’insegnante, devo avere certezza che qualcun altro si sta prendendo cura dei trasporti pubblici, qualcun altro si dedichi alla tenuta del bilancio pubblico, e così via, diventa una giungla”. “In altri termini -approfondiva- il principio della cura è il fondamento antropologico essenziale per il corpo sociale stesso, senza il quale noi distruggiamo direttamente la società. Ciò significa che la medicina deve essere il «prendersi-cura-sempre» e se non diventa più vero per la medicina, si destruttura tutto il resto”.

Dopo il rapporto fra “cura” e “società” indagato con toni tanto originali e ficcanti, il Preside dell’ISSR Ecclesia Mater, ha aperto il tema della “libertà”. “Anche sulla libertà -diceva- dobbiamo essere chiari: una libertà percepita come assoluta inizia ad essere un disvalore. Perché una libertà senza confini diventa violenta e omicida. «Se tu mi dai fastidio, io ti devo eliminare»?, come vediamo in questi giorni sul fronte di guerra in Ucraina. «Se desidero il tuo, me lo prendo»?: ma così si apre alla violenza verso gli altri”.

Si pone, poi, il profilo di non veridicità di questa tesi antropologica, icasticamente descritta da Stefano Zamagni (2019) come “volo ergo sum”. “Una libertà percepita come assoluta è una libertà senza limiti, ma -sottolineava Mons. Manto- semplicemente ciò non è vero perché siamo mortali e per questo la mentalità corrente pretende e vuole controllare la morte per illuderci di avere una libertà assoluta. Se ci facciamo caso, oggi la nostra cultura si impernia su questo tema. Ad esempio, noi schizofrenicamente vogliamo avere il corpo performante a ottant’anni anni, ma appena lo stesso fisico dà segni di cedimento allora in nome dell’autodeterminazione bisogna farla finita, perché non corrisponde più al mio delirio di onnipotenza”. “Questo -proseguiva- ci spiega tante cose del quotidiano, da come illudiamo i giovani a come gestiamo i rapporti nella famiglia, a come lavoriamo, ai femminicidi. Se vai a vedere i contesti valoriali, possiamo tracciare delle dinamiche che hanno a che fare con una concezione non vera della libertà”.

Piuttosto, secondo don Manto, “il cuore della questione antropologica sta proprio nel fatto che la morte è essenziale per l’umano Noi siamo vivi perché moriamo. La vita è un’ars moriendi, come diceva Seneca, cioè è l’arte di dare la vita per qualcosa”. Allora, “in tutto ciò che facciamo noi dobbiamo chiederci se siamo o meno generativi! Esistiamo per noi stessi o per qualcos’altro? Se non c’è più qualcosa per cui vale la pena dare la vita, allora non esistono realtà che abbiamo valore. E «dare tempo» significa dare la vita, perché la vita è il tempo che intercorre fra la nostra nascita e la nostra morte”. “Appare, perciò, proprio vera la conclusione del Dott. Magarotto: i medici, ma anche i sacerdoti e i politici devono «chiedere perdono», perché se il perdono è la «perfezione del dono», chi fa una professione oblativa, per curare gli altri, per il bene di una persona o addirittura -come per i politici- per il bene comune, deve chiedere più perdono!”.

Concludendo il proprio intervento, il Presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant ha riproposto la necessità, la convenienza e la bellezza di una presenza dei cattolici “sui tetti”. “Dobbiamo tirare questi sassi nello stagno e fare queste battaglie -affermava Mons. Manto alla platea- per prendere consapevolezza che nel quotidiano si è strappato qualcosa, come accade con il mantra dell’autodeterminazione, che non ci fa più accorgere che, se non ci fossero stati un uomo e una donna che si sono donati, noi non saremo qui”. “Ha molta importanza, allora, ricominciare dalla formazione dei medici e degli operatori sanitari perché abbiano coscienza del valore della loro professione, altrimenti non basteranno mai gli stipendi… Se non si ridirà e ridarà senso e dignità alla cura, non ci sarà più nessuno che cura. E in questo senso è significativo che dopo 10 anni dalla legge 38/2010 non vi siano ancora reti accreditate per le cure palliative, così come che esista solo una scuola di specializzazione per la terapia del dolore: ciò ci dice quanto sia ancora un tabù la morte. E questo è paganesimo puro. Abbiamo bisogno invece della cultura delle cure di prossimità e delle cure palliative”.

Altro punto -raccomandato dal teologo- è il contrasto alle solitudini: la domanda di eutanasia aumenta per due fattori: 1) quando nessuno si prende cura di te e 2) quando sei solo per cui, anche se sei assistito bene, ti chiedi che senso ha. Se la sofferenza è sola è «de-solata». Se, invece, è luogo di incontro diventa una sofferenza «con-solata». E quel tempo sacro alla fine della vita consente di riprendere tante relazioni e il senso di tante di queste”.

“Si! –concludeva- la vita è un tempo sempre bello anche se sofferente se teniamo viva la domanda sul senso della vita stessa. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Questa domanda è il perno di tutto. Ed è una domanda cui non si può sfuggire e noi possiamo e dobbiamo accompagnare con chiarezza nel quotidiano questi percorsi di vita vera, di carne e ossa, umana. La ragionevolezza del magistero della Chiesa sta proprio qui: non una serie di precetti, ma sapienza e sapore sul senso della vita con possibilità e speranza di pienezza di senso, per chiedere a tutti una nuova cultura della vita!”.

 

E proprio per aiutarci in percorsi che accrescano una “nuova cultura della vita”, il prossimo appuntamento cui INVITIAMO TUTTI è un dialogo di grande livello sulla recente sentenza della Corte Suprema USA, mercoledì 13 luglio 2022, alle ore 14,30, presso la Sala Apollo di Palazzo Maffei Marescotti, in via della Pigna 13, in Roma, di cui alleghiamo al link la locandina.

A presto, allora. “Sui tetti”!