Necessario accompagnare. Aborto e Dat, rotta invertita sulla prossimità responsabile?

Pubblicato su Avvenire

«La tenerezza è l’arte di sentire l’uomo tutto intero». Parto da questa ‘carezza’ di Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla, ‘Amore e responsabilità’, 1980), in quest’oggi in cui «prevale assai spesso la rabbia, la violenza, verso di sé e verso gli altri, come verso la realtà» (Julian. Carrón, ‘Il brillio degli occhi’, 2020). Ecco la vertiginosa assenza che fa paura al cuore appena si alzano gli occhi dalla lettura delle nuove linee-guida del Ministero della Salute sull’aborto del 12 agosto 2020: non si percepisce alcuna attenzione sulla persona, nemmeno sulla donna. Figuriamoci sul piccino che sta nel grembo. Anzi. Fra quelle righe scarne ancora una volta si avverte, epidermicamente, una sorta di inconscia fretta di distogliere lo sguardo, di allontanare il fatto, di ostracizzare il dramma.

Che cosa sembra aver spinto il governo Conte II a cambiare le direttive sulle modalità per l’interruzione volontaria di gravidanza? La malcelata fretta di eliminare il ricovero ospedaliero dai protocolli per interrompere la gravidanza. Farmaci abortivi somministrati in «strutture ambulatoriali» o persino nei «consultori» ovvero, al più, in «day hospital» superando le precedenti linee guida del 2010, che prevedevano (pur disattese da alcune Regioni, in nome della loro autonomia) anche per l’aborto chimico il «regime di ricovero ordinario, fino alla conclusione del percorso assistenziale».

Il contrasto persino con la legge 194/78 è francamente marchiano per i molti aspetti già evidenziati in documentate analisi e autorevoli commenti: si aggira l’obbligo ancora pienamente vigente per cui l’«aborto deve avvenire in ambito ospedaliero» (E. Roccella- A. Morresi, ‘Avvenire’, 18.8.20) oltre che il divieto di utilizzare surrettiziamente l’interruzione di gravidanza come politica contraccettiva (A. Gambino, ‘Avvenire’, 19.8.20), così come viene introdotto l’illegittimo e aberrante ribaltamento dello scopo, almeno teorico, dei consultori (M. Casini Bandini, ‘Avvenire’, 20.8.20).

Ma c’è un ulteriore accento stonato, il cui angosciante eco non va taciuto perché riguarda la concezione stessa del Sistema sanitario nazionale sottesa alle nuove linee guida. Una eco che, per il vero, risuona già dallo ‘spartito’ della legge n. 219/2017 sulle Disposizioni anticipate di trattamento. L’art. 4 delle Dat aveva infatti imposto al Ssn una inedita inversione di rotta rispetto al compito di cura ‘senza se e senza ma’, facendolo arretrare rispetto al malato e ‘staccando’ il medico dal paziente. La legge 219/17, infatti, ‘ordina’ al medico di allontanarsi, di non dialogare, di non interferire con il soggetto interessato nel momento in cui vanno attuate le Dat, addirittura disponendo, in caso il medico continuasse a essere tale, una pesante responsabilità civile e penale a suo carico.

Allo stesso modo, ora, davanti alla drammatica circostanza vissuta da una donna che ipotizza di interrompere la gravidanza e di fronte al concreto rischio che una vita nascente venga impedita, il Sistema sanitario si ritira subito. Preferisce somministrare in pochi minuti una pillola che avrà effetti nei giorni successivi, anziché il ricovero. Rinunciando a curare tempestivamente e con ben più elevati margini di successo sanitario le non rare complicazioni dell’aborto farmacologico. E persino impedendo e rinnegando il dovere attribuito dalla 194 ai consultori di «assistere la donna in stato di gravidanza » per salvare la vita nascente, aiutando la mamma a superare le cause che la inducono a una decisione tanto grave.

Con la circolare ferragostana siamo, dunque, di fronte a un altro prepotente tentativo di stravolgere lo scopo e la mission del Ssn, che dovrebbe essere, invece, quella cura integrale e instancabile della salute e della vita di ciascuno, voluta direttamente dall’art. 32 della Costituzione. In particolare, nella legge 219/17 si attribuisce un valore pressoché assoluto a volontà che erano state astrattamente predefinite magari molti anni prima rispetto a ciò che effettivamente poi accade nella vita reale di ogni uomo, fino a impedire al medico di intervenire. Nelle nuove linee guida per l’aborto, addirittura si elimina quel riferimento oggettivamente necessario per la sicurezza della salute della madre che è il ricovero ospedaliero. E ciò perché «l’ospedale ti mette davanti al fatto che stai facendo qualcosa, invece così non lo sa nessuno ». Finalmente, «con l’aborto chimico la donna resta quasi nell’incertezza», magari confondendo il «male provocato dalla pillola abortiva con altri più consueti disturbi femminili», così si può anche «far finta che non sia successo niente» (B. Foà, ‘Avvenire’, 23.8.20). È facile presagire che, a cascata, verrà accelerato anche quell’impegno preso dal governo Conte I il 28 febbraio 2019 di modificare la ‘Tabella 2 della farmacopea’, per rendere obbligatori nelle farmacie quei cosiddetti «contraccettivi d’emergenza», che in realtà sono parenti stretti della Ru486, essendo antinidatori che impediscono l’adesione dell’embrione all’utero.

Si cerca, insomma, di ottenere sempre più un aborto ‘rapido’, anche se sempre rischioso anche per la donna, nascondendo l’impatto della coscienza con il gesto e la decisione che interrompono una vita. E le regole di riferimento, proprio come per le Dat, arrivano a negare la necessità di un accompagnamento, di una ‘compagnia’ anche di tipo sanitario alla persona, che si vuole lasciare sola, nell’illusione della libera scelta. Ma è, questa, una opzione istituzionale e normativa che corrisponde alla nostra umanità? «L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione », ma «occorre tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato», perché «questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio lì rendendoci solidali» (papa Francesco, 17 novembre 2017).

Risentendo queste parole, quella domanda essenziale che nasce dalle nuove linee guida sull’aborto chimico trova d’istinto immediata risposta nel recente esempio di tanti medici e infermieri, che – nell’ideale evocato dal Papa – si sono fatti prossimo sino al sacrificio di sé, curando senza riserve i più colpiti dalla pandemia per il Covid-19. Guardando a quegli operatori sanitari che hanno abbracciato negli ospedali «l’uomo tutto intero » delineato da san Giovanni Paolo II e appassionatamente difeso da papa Francesco, la nostra umanità è rimasta commossa e attratta da una tenerezza che ha accolto e accoglie, nella cura di ogni persona in ogni momento, la speranza umana, incomprimibile e possibile in tutte le circostanze, anche le più drammatiche.

Il Servizio sanitario non può, perciò, proprio oggi dimenticare la strada voluta dalla Costituzione, soprattutto dopo lo spettacolo di dedizione umana e professionale appena mostrato dai suoi operatori, che rappresenta uno dei segni di speranza più grandi per il grande sacrificio vissuto in questi mesi da tutto il Paese.

 

Domenico Menorello, Coordinatore Osservatorio parlamentare ‘Vera lex?’